Simbologia lunare e tradizione popolare

Magie e iniziazioni nel mondo femminile contadino

di Micaela Balìce

Originariamente pubblicato in L’ombra – tracce e percorsi a partire da Jung, rivista semestrale edita dall’Associazione per la ricerca junghiana, numero doppio 7/8, novembre 1999 – giugno 2000, Moretti e Vitali Editori, Bergamo, pp.15 – 29.

Quando mi laureai in Pedagogia ad indirizzo Sociologico presso l’Università di Torino portai come tesi i risultati un’indagine svolta nel territorio del Basso Monferrato, prevalentemente tra contadini e sopratutto contadine, legata al ciclo della vita, ovvero i riti di passaggio nel mondo rurale. L’obbiettivo primario era, però, trovare testimonianze di un legame tra il mito lunare e la vita delle donne. Lo trovai.

In questo articolo, pubblicato per L’ombra nel 1999, riassumo parte della mia tesi. L’articolo è piuttosto lungo e verrà qui diviso in cinque parti.

Parte 1.
Buona lettura

Il tema del femminile lunare ha tracciato la storia mitologica e religiosa delle prime comunità complesse delineando simboli, rappresentazioni, raffigurazioni. Per l’uomo primitivo la luna era «simbolo dell’essenza genuina della donna nel suo contrasto con l’essenza dell’uomo» (1).

La dualità luna-sole ha permesso di codificare i due aspetti della personalità umana: il maschile ed il femminile, l’Eros e il Logos, dove Eros rappresenta il principio di relazione psichica (2) che guida la personalità conscia della donna, mentre nell’uomo è l’inconscio ad essere collegato con l’Eros ed il conscio segue la regola del Logos.

Similmente nelle culture orientali la dualità cosmica degli eventi viene espressa dall’alternanza ciclica dei due principi complementari formanti e discendenti dall’unità primigenia, principi di Yin e Yang per l’antica Cina, Ida e Pingala per l’India e così via.
Il principio femminile «si rivela come una forza cieca, feconda e crudele, creativa e piena di tenerezza, e distruttrice» (3).

Nella nostra cultura occidentale il principio femminile è stato messo da parte, tanto che la nostra concezione del femminile è frutto di stereotipi culturali nati in seno ad una civiltà patriarcale che vede nel maschio forza e superiorità, e nella donna debolezza e inferiorità (4).

Le dee lunari, quasi a compensare tale lacuna, hanno costellato l’immaginario mitico-religioso delle culture indo-europee: da Cibele ad Astarte, Artemide, Ishtar, Iside, così come la Grande Madre (nel binomio luna-terra l’una generatrice, l’altra nutrice) è comune. Come archetipo collettivo esse rappresentano la duplicità degli aspetti: generazione-distruzione, nascita-morte, maternità-sessualità, sterilità-fecondità che si manifestano in un ciclico paradossale movimento.

Il tema del movimento ciclico non poteva non essere predominante nelle culture strettamente legate alla terra e alla sopravvivenza mediante un contatto stretto con la Natura in quanto Nutrice Cosmica. Da tale immagine scaturisce il calendario vitale legato al ritmo temporale di stagioni, mesi, settimane, ore: tutto riproduce in scala il macrocosmo nel microcosmo, tutta la vita viene racchiusa in un movimento spiraloide che nel suo ritorno al punto di partenza riproduce gli stessi eventi, ma connotati dalla diversità evolutiva dell’essere in un nuovo stadio ritualizzante i precedenti (5).

Il ciclico e costante rivivere gli stessi momenti topici di generazione-espansione-ritiro-distruzione, per ricominciare poi in un nuovo ciclo rigenerativo, dona ai membri della comunità la consapevolezza del ritorno del fertile dopo lo sterile, ma anche del bisogno di rendere solidale con la comunità la fase sterile, perché possa riportare frutto.

In tale contesto il calendario lunare è la migliore rappresentazione, il migliore punto di riferimento; e, nel gioco delle associazioni simboliche dal macro al microcosmo, la donna ne è la rappresentazione al livello umano.

Il legame luna-donna appare dunque evidente soprattutto in relazione al mistero del ciclo mestruale, del sangue che sgorga da nessuna ferita e che si manifesta e si ripresenta ogni ventotto giorni, esattamente come la luna.
Ma questa connessione è ancora più manifesta nel secondo mistero femminile: la gestazione e il parto, dove la donna si gonfia (esattamente come la luna) e genera una nuova vita umana (6).

La sacralizzazione del sangue mestruale

La sacralizzazione del sangue mestruale: dalla pubertà (primo sangue), alla gestazione (assenza di sangue) e al parto (ritorno del sangue). La donna è portatrice dell’unico sangue capace di purificare, di rigenerare spontaneamente l’individuo ma anche la collettività. Nelle comunità arcaiche infatti il vissuto del singolo non può sussistere se non in funzione di un soggetto ben più importante: la comunità, il clan, la tribù, pena la distruzione (in senso organizzativo ma anche economico) della stessa.

Come un organismo unico, essa si muove storicamente e culturalmente con l’obbiettivo della sopravvivenza della propria specie, del proprio popolo. Pertanto ogni evento va necessariamente ricondotto in quel ciclo spiraloide di nascite e morti, di ritualizzazioni dei gesti creativi degli antenati o degli dei: il tutto per assicurare al collettivo nuova vita, rinascita, trasformazione della morte in qualcosa di eternamente riutilizzabile (7).

Esther Harding sostiene che il sangue mestruale sia il primo tabù della storia umana, tabù nato dalla necessità di controllare l’istinto riproduttivo maschile nei confronti della donna in periodo fertile, controllo che ha permesso l’evolversi della specie umana a nuovi stadi, con la costituzione di comunità sempre più complesse.
Diveniva dunque necessario creare un apparato rituale sufficiente a garantire che la sessualità fosse uno strumento utile alla comunità e non foriero di conflittualità interne (8).

Tale apparato rituale comporta momenti di iniziazione strettamente femminili, che assimilano i due misteri legati al sangue e li inseriscono in modo costruttivo all’interno del contesto collettivo: nulla è lasciato al caso.

In tutte le popolazioni la donna attraversava la sua iniziazione al femminile mediante percorsi universalmente simili: l’isolamento, il non toccare cibi o esseri in via di fermento-crescita, il non toccare terra o guardare il cielo, non avvicinarsi agli uomini e via dicendo (9).

La donna “sospesa tra cielo e terra”, argomenta Frazer: e non potrebbe essere altrimenti, sia dal punto di vista fisico (come accade nella Nuova Irlanda, dove le fanciulle in età puberale sono rinchiuse in gabbie sospese) sia come simbologia.

Nelle fisiologie tradizionali il trinomio cielo-uomo-terra rappresenta la sintesi della lettura cosmica della posizione umana sita, a differenza delle altre specie viventi, tra l’aspetto spirituale (cielo) e quello materiale (terra), tra i morti (le forze degli antenati, degli spiriti, degli dei) e i vivi (abitanti del livello fisico delle complesse cosmogonie primitive). Ma la donna, nel suo momento del sangue, non è più appartenente alla terra e neppure al cielo: è sita nel mezzo, risiede tra i vivi e i morti, tra le forze materiali e quelle sottili, e proprio per questo ne è tramite.

Essa può in qualche modo mediare con le forze superiori per ottenere dei benefici collettivi. Perché questo avvenga è necessario ritualizzare e sacralizzare il momento (10).

Continua…

©1999 Micaela Balìce
Qualsiasi riproduzione, senza esplicito consenso dell’autrice è vietata.

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NOTE:
1) M.E. HARDING, I misteri della donna, Astrolabio, Roma 1973, p.40
2) Cfr. ibidem, nota 1, p.40. Il termine Eros in senso filosofico come relazione psichica è stato elaborato da Jung in molti dei suoi scritti: egli lo collega con la legge femminile, in contrasto con il principio del Logos che è caratteristicamente maschile. Cfr. C. G. JUNG, La donna in Europa, in Realtà dell’anima, Boringhieri, Torino 1963, p. 93.
3) M.E. HARDING, op. cit., p. 45.
4) Cfr. ibidem, p.41
5) Sul tema della ritualizzazione degli eventi in un movimento ciclico cfr. i lavori di M. ELIADE, in particolare La Nascita Mistica, Morcelliana, Brescia 1980. Similmente la spirale, come argomenta Eliade a p. 32, rappresenta il cammino tra Cielo e Terra, l’ascensione dell’uomo verso nuovi livelli di consapevolezza.
6) Anche E. NEUMANN, La Grande Madre, Astrolabio, Roma 1981, p.41, identifica i misteri di trasformazione femminile legati al sangue nella stessa sequenza: mestruo e gravidanza. Egli considera il terzo mistero di sangue, la trasformazione del sangue in latte materno, «fondamento dei misteri primordiali della trasformazione del cibo», e questo è ricollegabile all’arte culinaria che, nel mondo contadino, sarà competenza solo della donna sposata e quindi in grado di generare (cfr. il paragrafo successivo).
7) Cfr. M. ELIADE, op. cit., pp. 12 ss.
8) Cfr. M.E. HARDING, op. cit., pp. 67 e 69-70.
9) Cfr. ibidem, pp.65 ss.; J.G. FRAZER, Il Ramo d’oro, Newton Compton, Roma 1992, pp. 660 ss.; M. ELIADE, op. cit., pp.657 ss.
10) Cfr. J.G. FRAZER, op. cit., pp.657 ss.

Bibliografia

M. BALICE, Il calendario rituale contadino: il ciclo della vita nel Casalese (Tesi di laurea, A.A. 1993/1994, Corso di Laurea in Pedagogia, Università degli Studi di Torino).
J. BONNET, La terra delle donne e le sue magie, Red, Como 1991.
DE GUBERNATIS, Storia comparata degli usi nunziali in Italia e presso gli altri popoli indo-europei, Trevers, Milano 1878.
M. ELIADE, La nascita mistica, Morcelliana, Brescia 1980.
J.G. FRAZER, Il Ramo d’oro, Newton Compton, Roma 1992.
C. GINZBURG, Storia notturna, Einaudi, Torino 1989.
P. GRIMALDI, Il calendario rituale contadino, Franco Angeli, Milano1993.
M.E. HARDING, I misteri della donna, Astrolabio, Roma 1973.
C.G. JUNG, La donna in Europa, in Realtà dell’anima, Boringhieri, Torino 1963.
E. NEUMANN, La Grande Madre, Astrolabio, Roma 1981.
R. SICUTERI, Lilith, la luna nera, Astrolabio, roma 1980.
A. VAN GENNEP, I riti di passaggio, Bollati Boringhieri, Torino 1992.

Immagini Demetra e Venere di Laussel dal web, non credits disponibili.


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