Simbologia lunare e tradizione popolare – parte 3

Magie e iniziazioni nel mondo femminile contadino

di Micaela Balìce

Originariamente pubblicato in L’ombra – tracce e percorsi a partire da Jung, rivista semestrale edita dall’Associazione per la ricerca junghiana, numero doppio 7/8, novembre 1999 – giugno 2000, Moretti e Vitali Editori, Bergamo, pp.15 – 29.

Quando mi laureai in Pedagogia ad indirizzo Sociologico presso l’Università di Torino portai come tesi i risultati un’indagine svolta nel territorio del Basso Monferrato, prevalentemente tra contadini e sopratutto contadine, legata al ciclo della vita, ovvero i riti di passaggio nel mondo rurale. L’obbiettivo primario era, però, trovare testimonianze di un legame tra il mito lunare e la vita delle donne. Lo trovai.

In questo articolo, pubblicato per L’ombra nel 1999, riassumo parte della mia tesi. L’articolo è piuttosto lungo e verrà qui diviso in cinque parti.

Questa è la parte 3.
Parte 1Parte 2
Buona lettura

La pubertà: la Luna Nera

Il rituale di pubertà nel mondo femminile contadino manca di alcune caratteristiche che Van Gennep sottolinea necessarie per poter parlare di «riti di pubertà» (17): manca la cerimonia estesa alla comunità, manca il gruppo delle fanciulle, manca la guida spirituale. Ma questo momento può comunque venire considerato come una vera e propria iniziazione, una rottura individuale della fanciulla col mondo dell’infanzia, una morte iniziatica.

Il rituale è a carattere individuale, è avvolto nel mistero, nel silenzio e dunque nella sacralità. Si riscontrano comunque dei momenti di codifica sociale: le madri “preparavano il cassetto” con i pannolini di tela non appena le ragazze entravano in età pubere, e le fanciulle “si aggiustavano” da sole”. Venivano date solo sommarie indicazioni: «Arrivato il momento la mamma ha detto: devi fare questo, devi fare quello – e stop, basta!», ma l’evento veniva codificato all’interno del gruppo di adulti che si congratulavano fra loro, ridendo, quando la fanciulla “è diventata donna”. La pubere viveva con immensa vergogna questo passaggio: non poteva parlarne, non poteva comunicare il dolore («Si moriva in campagna ma non si diceva: mal di pancia!»), si sentiva diversa, a disagio («Alle bambine sembrava una cosa che non andava»). (18)

Riproducendo gli antichi gesti intravisti dalle altre donne di casa si serviva delle pezze del suo cassetto e silenziosamente entrava nel gruppo delle donne.
Da questo momento essa veniva introdotta al sapere femminile mediante il linguaggio allusivo: scherzi, battute, analogie tra atti quotidiani come la filatura tramandavano i segreti della sessualità.

Interessante è l’analogia della filatura e dell’arte culinaria con l’aspetto sessuale: alle puberi era permesso il ricamo ma non la cucina, come primo atto introduttivo ai saperi femminili. L’ago e il filo sono un chiaro richiamo alle funzioni sessuali femminili e maschili, tant’è vero che in età puberale la fanciulla impara a ricamare “le cifre” su un imparaticcio, per poi cominciare il lungo lavoro del corredo. E’ noto che fino alla fine dell’Ottocento e inizi del Novecento le ragazze usassero il filo rosso in analogia col sangue mestruale, e questo dato è stato rintracciato anche nella ricerca (19).

L’arte culinaria, con la sua simbologia di mestoli e pentole, di bollori e fuoco, veniva invece insegnata alla sposa novella che entrava con pieno diritto nel mondo delle donne e della sessualità, avendo il sacro compito di generare i futuri eredi; “avere il mestolo in mano” era segno di potere femminile all’interno della famiglia, che in genere apparteneva alla grande madre, la suocera (20).

Durante il “ciclo delle veglie”, gli incontri serali dell’inverno che riunivano le donne nelle stalle per filare o preparare i corredi, le fanciulle venivano iniziate alla arti femminili e al mistero della sessualità: battute, lazzi, scherzi ma anche incontri coi giovani pretendenti o coi Marussè, i sensali di matrimonio, che facevano circolare informazioni accattivanti sui vari Partì o giovani in età da marito (21).

Ma la fanciulla pubere doveva anche apprendere una serie di pratiche purificatorie per evitare che il sangue mestruale recasse danno soprattutto alla comunità. Il rituale del lavaggio dei pannolini è significativo a questo riguardo: intanto le tele venivano lavate prima a parte («Si faceva andare via tutta quella roba e poi si metteva nel bucato, ma quando erano già pulite!»), per evitare un’eventuale contaminazione con la restante biancheria degli altri membri della famiglia; inoltre l’acqua del primo bucato, quella pregna del sangue mestruale, proprio a significare l’ambivalenza tra potere distruttivo ma anche generativo, veniva buttata in posti ricchi e necessitanti di fertilità: il concime vegetale siatuato nell’orto o sul letame. In questo modo nulla è perduto: la comunità è tutelata da eventuali negatività, ma il negativo viene “riciclato” per essere trasformato in positivo e utile, in completa sincronia col sistema naturale (22).

La seconda nascita dell’età puberale comprendeva, come modalità universalmente riconosciute, la reclusione e una serie di tabù che consentivano lo svolgersi rituale del passaggio. I periodi di reclusione potevano variare da pochi giorni come in Australia e in India, a più anni come in Cambogia. In questa fase le istitutrici, donne più anziane, introducono le fanciulle nei segreti della fecondità e della sessualità insegnando i costumi della tibù e le tradizioni religiose accessibili alle donne (23).

La ragazza viene quindi preparata ad assumere il ruolo sociale di competenza: quello di generatrice e di custode del focolare, degli affetti familiari.

La segregazione vissuta come momento topico al primo sangue, ma in qualche modo ricercata e rivissuta ogni ventotto giorni, le consente di gestire quella forza di cui ella è depositaria, e di trasformarla in creazione e non in distruttività, come altrimenti avverrebbe. C’è da riflettere su quanto le contemporanee terapie ormonali allontanino la donna dal suo ciclo lunare, o meglio: su quanto tale cultura del femminile releghi il suo vero e originale potenziale in un inconscio sempre meno comprensibile (24).

Tornando alla reclusione, questa non è stata riscontrata all’interno delle comunità contadine prese in esame, ma molti costumi sono stati modificati nel corso del ‘900, secolo che ha visto due guerre e che ha subito grandi cambiamenti economico-sociali in brevissimo tempo. Non è da escludersi che in passato vi fossero momenti maggiormente codificati anche durante il mestruo, ipotesi che può trovare una conferma dalla permanenza anche fino al dopoguerra della reclusione dopo il parto: una vera e propria quarantena dalla quale si usciva solo con un rituale purificatorio.

La puerpera infatti doveva presentarsi, dopo i quaranta giorni, davanti alla chiesa, ma non vi entrava: il prete le consegnava una candela e la benediceva con la stola viola.

A benedizione avvenuta, la metteva bianca, ad indicare che la donna era oramai pura. Durante la quarantena, invece, la nuova madre non poteva assolutamente uscire di casa, e se doveva farlo per svolgere le mansioni quotidiane era costretta ad indossare o il rosario o il fazzoletto in testa. Sucessivamente il periodo di reclusione diminuì fino a coprire un arco di otto giorni dopo il parto.

I tabù mestruali invece erano presenti, e venivano in qualche modo rispettati. Gli elementi dai quali la donna doveva stare lontana erano essenzialmente tre: l’acqua, i vegetali e gli alimenti in via di gestazione-fermento.

Per ciò che riguarda l’acqua, la donna mestruata non poteva lavarsi, bagnarsi piedi e mani ai ruscelli, passare nei prati bagnati di rugiada, bere acqua fredda, lavarsi i capelli, fare il bucato «perché dicevano che la biancheria non veniva bella. E invece quelle non mestruate lo facevano ma dovevano cantare. Mentre versavano l’acqua dovevano cantare, cantassero anche non so che cosa, le litanie […] perché diventassero bianchi. La donna era vista […] che potesse portare un male» (25). Le trasgressioni a tali tabù avrebbero comportato il blocco del ciclo e un bucato non pulito.

Sui vegetali, la donna doveva prestare attenzione soprattutto se questi erano in via di fioritura: non doveva bagnare i fiori, andare loro vicino, o toccare gli alberi in fiore (si sarebbero seccati). Gli alimenti in via di fermento (pane, sfogliate, gale, maionese e salse, vino) non avrebbero concluso il loro procedimento se la donna mestruata avesse partecipato alla lavorazione, o sarebbero “impazziti”.

Un’ipotesi sul perché di tali tabù la offre la Bonnet, sostenendo che «la donna appare in qualche modo malata, e brucia di un fuoco interno che la rende sterile e pericolosa» (26); ed in effetti, secondo le fisiologie tradizionali, il sangue e il rosso sono elementi legati al segno del fuoco.

Pertanto si può ipotizzare che la donna mestruata cerchi di stare lontana dagli altri tre elementi: l’acqua, la terra (nella manifestazione dei vegetali) e l’aria (rappresentata dalle emulsioni che “gonfiano”), come se in quel periodo alla manifestasse un eccesso di tale potere, che in qualche modo possa rompere l’equilibrio naturale delle forze.

In ogni caso tali restrizioni sono tutte emerse nella ricerca, e non fanno altro che confermare quelle già universalmente riconosciute da studiosi come Frazer, Eliade, Van Gennep e altri. Interessante è altresì notare come tra i popoli primitivi i tabù avessero un’estensione maggiore: la donna mestruata non poteva avvicinare gli uomini (questi si sarebbero infiacchiti, sarebbero divenuti sterili e sarebbero morti!), la sua stessa ombra era impura (tant’è vero che non poteva seguire i comuni sentieri), e se si fosse arrampicata sopra un albero durante il mestruo nessuno doveva passare sotto quel ramo, poiché il luogo era oramai contaminato (27).

Queste usanze non sono più riscontrabili nella società contadina analizzata, ma solo in apparenza: in realtà vi è stato un trasferimento di contenuti dalla donna mestruata alla strega, figura tutt’ora viva nella memoria delle contadine. Ella era una donna come le altre, ma con poteri che simboleggiano il lato oscuro della femminilità.

Non a caso emerge che la strega non veniva avvicinata dagli uomini poiché aveva il potere di farsi beffe di loro, rubando giacca e cappello o trasformandosi in ombre paurose; il sentiero che conduceva a casa sua non era percorribile, ovvero bisognava avere rosari o recitare preghiere per farlo; infine la strega abitava sugli alberi di noci: «Gai a piantare in una vigna tre piante di noci… Mio nonno lo raccontava… Perché quella di mezzo viveva una strega sopra!» (28).

In tal modo il cerchio si chiude: il primo sangue, il più pericoloso, viene integrato e riutilizzato in modo favorevole alla comunità con la silenziosa iniziazione della pubere; la filatura segna le sue nuove competenze, il prepararsi mediante il corredo alla vita matrimoniale; il sangue mestruale subisce i rituali di purificazione ad esso consacrati; la ciclicità femminile trova giusto spazio all’interno del contesto comunitario; e se non fosse per l’esasperazione dell’aspetto impuro del mestruo e della donna in quanto tale (dovuta a un approccio religioso e a una cultura maschilista) (29) potremmo anche ipotizzare che reclusioni e tabù consentissero anticamente alla donna di recuperare uno spazio privato di “rigenerazione” mensile lontano dalle insistenze sessuali maschili o dalle incombenze familiari.

Continua

©1999 Micaela Balìce
Qualsiasi riproduzione, senza esplicito consenso dell’autrice è vietata.

 

 Se ti fa piacere puoi lasciare il tuo commento in fondo al post.

NOTE:
17) Cfr. A. VAN GENNEP, I riti di passaggio, Bollati Boringhieri, Torino 1992, pp. 57 ss. Egli distingue la pubertà fisiologica da quella sociale, sottolineando come i due momenti spesso non coincidano e come questo si verifichi in molte culture. E’ possibile dunque parlare di riti di iniziazione, ma non di riti di pubertà. Per la Bonnet la pubere è un’iniziata, e i riti ad essa legati sono a carattere individuale e meno noti delle iniziazioni maschili. Le adolescenti “sviluppate” formano esse stesse «un gruppo che si istituisce spontaneamente sulla base del segreto delle mestruazioni» (J. BONNET, op. cit., p. 30).
18) Per le citazioni tra virgolette cfr. M. BALICE, op. cit., pp. 15 ss.
19) Cfr. J. BONNET, op.cit., p. 33 e M. BALICE, op. cit., pp. 36-37.
20) Cfr. J. BONNET, op. cit., p.67 (cfr, anche la nota n. 6 per il legame tra il latte materno, considerato da Neumann come il terzo mistero di sangue delle trasformazioni femminili, e l’arte della trasformazione dei cibi).
21) Sul ciclo delle veglie, oltre a M. BALICE, op. cit., pp.35–40 e 52-56, dove si indagano le usanze a riguardo nel Monferrato Casalese, cfr. anche J. BONNET, op. cit., pp. 32-33
22) Cfr. M. BALICE, op. cit., p. 21. Sul potere ambivalente del sangue cfr. anche E. HARDING, op. cit., p. 71 dove il sangue mestruale ha il potere di talismano di guarigione.
23) Cfr. J.G. FRAZER, op. cit., pp. 660 ss.
24) Sulle difficoltà di integrare principio femminile e spirito moderno nella donna d’oggi, cfr. J. BONNET, op. cit., pp. 9 ss., M.E. HARDING, op. cit., pp. 15 ss., E. NEUMANN, op. cit., pp. 13-14.
25) M. BALICE, op. cit., p. 27
26) J. BONNET, op. cit., p. 27.
27) Cfr. J.G. FRAZER, op. cit., pp. 660 ss.
28) M. BALICE, op. cit., pp.184 ss. Sulle streghe v. anche R: SICUTERI, Lilith la luna nera, Astrolabio, Roma 1980, pp. 93 ss., e C. GINZBURG, Storia notturna, Einaudi, Torino 1989.
29) Cfr. R. SICUTERI, op. cit., pp. 93 ss.

Bibliografia

M. BALICE, Il calendario rituale contadino: il ciclo della vita nel Casalese (Tesi di laurea, A.A. 1993/1994, Corso di Laurea in Pedagogia, Università degli Studi di Torino).
J. BONNET, La terra delle donne e le sue magie, Red, Como 1991.
DE GUBERNATIS, Storia comparata degli usi nunziali in Italia e presso gli altri popoli indo-europei, Trevers, Milano 1878.
M. ELIADE, La nascita mistica, Morcelliana, Brescia 1980.
J.G. FRAZER, Il Ramo d’oro, Newton Compton, Roma 1992.
C. GINZBURG, Storia notturna, Einaudi, Torino 1989.
P. GRIMALDI, Il calendario rituale contadino, Franco Angeli, Milano1993.
M.E. HARDING, I misteri della donna, Astrolabio, Roma 1973.
C.G. JUNG, La donna in Europa, in Realtà dell’anima, Boringhieri, Torino 1963.
E. NEUMANN, La Grande Madre, Astrolabio, Roma 1981.
R. SICUTERI, Lilith, la luna nera, Astrolabio, roma 1980.
A. VAN GENNEP, I riti di passaggio, Bollati Boringhieri, Torino 1992.

Immagini
l’imparaticcio, foto dell’autrice
Le altre immagini dal web, no credits disponibili.


commenti

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...