Mabon: l’equinozio d’autunno

L’equinozio d’autunno

L’Equinozio d’Autunno è la penultima porta dell’anno agricolo, quella che indica la chiusura della stagione dei frutti e l’imminente avvicinarsi della stagione della morte, l’Inverno.

È un momento di preparazione, dove si fanno i conti: sopratutto i conti di ciò che si è seminato durante l’anno.

I frutti sono oramai maturi e quello che si è raccolto servirà a tenerci vivi durante la stagione fredda. Se avremmo raccolto poco sarà un inverno duro, povero, affamato.

Possiamo leggere queste parole sia dal punto di vista simbolico sia, come un qualsiasi contadino della precedente era avrebbe fatto, come un dato di fatto: scarso raccolto, niente cibo. E la stagione fredda è lunga.

A scandire l’inizio della stagione è l’Equinozio autunnale, che dal punto di vista astrologico si situa attorno il 23 settembre, quando il Sole entra nella costellazione della Bilancia, una delle porte Cardinali dell’anno ovvero quella dell’Ovest.

Dal punto di vista astronomico invece l’equinozio è definito come quel momento della rivoluzione terrestre intorno al Sole in cui quest’ultimo si trova allo zenit dell’equatore. Il termine deriva dalla locuzione aequa nox, cioè “notte uguale” ed infatti la durata delle ore di luce e di buio si equivalgono in questo momento. L’equinozio astronomico oscilla ogni anno tra il 21 e il 23 settembre.

L’entrata del Sole in Bilancia, segno dell’Equilibrio, rimanda simbolicamente all’equilibrio tra notte e giorno. Cardinale ed opposto al suo gemello primaverile, ci ricorda che questo è l’ultimo periodo in cui le forze si bilanciano e che a seguire, questa volta, l’oscurità vincerà per i successivi sei mesi sulla luce.

Come periodo però non è ancora freddo nè buio.

A me piace chiamarlo anche seconda primavera (i cinesi chiamano questo periodo tarda estate e lo considerano una quinta stagione): osservando la natura, infatti, tutto sembra rifiorire.

L’estate, col caldo, ha spinto le piante a produrre frutti e semi, per assicurarsi la riproduzione e queste si sono quasi esaurite in tale lavoro, fermandosi alla fine in una lunga pausa vegetativa.

Ora che il calore si disperde e torna ad essere mite, i fiori possono ritornare a sbocciare come in una seconda primavera appunto, come a voler ricordare che la Vita torna e scorre ancora.

Saranno i primi freddi a segnalare alle piante l’inganno, il bisogno di ritirarsi: è proprio allora la linfa comincerà a defluire verso l’interno del midollo, a raccogliersi nelle radici lasciando solo un flebile messaggio che terrà in vita la pianta lungo tutto l’inverno.

Mabon nei miti

Nel calendario agricolo contadino, purtroppo, poco o nulla è rimasto delle ritualità festive autunnali e bisogna aspettare la fine di ottobre con Ognissanti per trovare ancora gli antichi riti di passaggio rurali e pagani, quel momento che i Celti chiamavano Samhain.

Nel mondo neopagano l’Equinozio autunnale viene festeggiato col nome di Mabon: il giovane dio della vegetazione e dei raccolti.

Scrive Maria Giusi Ricotti:Mabon, indicato col nome di Maponus nelle iscrizioni romano-britanne, è il figlio di Modron, la Dea Madre: rapito tre notti dopo la sua nascita, venne imprigionato per lunghi anni fino al giorno in cui venne liberato dal Re Artù e dai suoi compagni.

Il suo rapimento è l’equivalente celtico del rapimento greco di Persefone: un simbolo evidente dei frutti della terra che sono immagazzinati in luoghi sicuri e poi sacrificati” per dare la vita agli uomini.”

E sono proprio i Misteri Eleusini che si celebravano appunto ad Eleusi (Attica, antica Grecia) nel mese di boedromione (settembre-ottobre), la controparte mediterranea ai riti di passaggio verso la stagione infera.

In entrambi i miti e facendo uno sforzo di sintesi che non rende giustizia alla profondità di tali tradizioni, quello che viene rivissuto ciclicamente ad ogni autunno è il sacrificio del dio / dea che, dopo le gioie e glorie amorose della primavera e dell’estate, dopo aver dato con la massima potenza fecondante i frutti a tutti gli esseri viventi, è costrett* a morire a sé stess*, a declinare nel buio della Terra intesa come ventre, utero, tomba, infero ovvero che sta sotto.

La coscienza / conoscenza che se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; ma se muore produce molto frutto (Giovanni, 12, 24) estende il concetto di fertilità al ciclo eterno di Vita – Morte – Vita e alla consapevolezza che solo dalla morte può nascere una nuova esistenza, solo dalla decomposizione può risorgere il nuovo, il cambiamento.

Il coraggio e l’accettazione della Morte come fatto naturale è coraggio della Vita e la connessione di tutti gli esseri con questa legge non ci rende soli bensì ci lega tutti, indissolubilmente.

Non a caso Mabon è il tempo del seme. È il tempo di raccogliere dagli ultimi frutti ben maturi i semi che serviranno l’anno successivo a darci da mangiare. È il tempo di essiccarli all’aria e all’ombra, di conservarli al buio e all’asciutto in sacchetti di carta con scritto il nome, aspettando la primavera per piantarli.

In natura questo processo avviene da sè: la pianta rilascia il frutto oramai marcio facendolo cadere in terra. La polpa sarà il fertilizzante che consentirà al terreno di accogliere il seme nella sua discesa agli inferi per tutta la stagione fredda, aspettando il prossimo segnale del sole.

Mabon è anche il tempo delle radici officinali da raccogliere per le tisane invernali: Tarassaco, Angelica, la stessa Mandragora, mitica pianta delle streghe.

Mabon è il tempo dei tagli, delle potature: dove togliere il secco, il vecchio; dove diradare ci indica la via per eliminare anche da noi stessi ciò che ci trasciniamo dietro, oramai morto.

Mabon è il tempo del compost: quello che abbiamo preparato in primavera, ad Oestara, coi primi tagli dell’erba. Quello che oramai, sotto, è maturo terriccio fertile.

Possiamo rigirare il cumulo in questi giorni ed usare la terra per nutrire e le fibre non ancora trasformate per fare da base al nuovo cumulo.

Cosa ci insegna il compost? Che anche ciò che scartiamo, anche i nostri rifiuti, sono materia utile nel grande gioco della trasformazione. Che se abbiamo pazienza, ciò che buttiamo via riesce, morendo, a diventare altro, a diventare fertilità, a portarci fertilità.

Mabon è il tempo dell’Acqua, l’elemento corrispondente a questa porta cardinale, l’elemento dell’Ovest: legato alle emozioni, all’anima, ai sentimenti.

È il tempo dell’abbandono: nel fluire del fiume che scorre, nel fluire del tempo simboleggiato dal fiume: è il tempo dell’abbandono del passato, di ciò che è stato, di ciò che ero e sono stata.

È il tempo dell’accettazione dei frutti: non sempre le stagioni ci regalano ciò che abbiamo seminato. Ci sono anni in cui si mangiano tante zucchine, altre dove i pomodori non sappiamo più dove metterli e non riusciamo ad assaggiare neppure una zucchina.

L’accettazione dei frutti ci insegna ad accogliere quello che la Terra ci dona affidandoci al suo buon senso, imparando a godere di ciò che si ha anzichè vivere lamentandosi per ciò che ci manca.

Il potere dell’Acqua, dell’Ovest, di Mabon, è questo: l’abbandono, al tempo; l’accettazione, del raccolto; la purificazione, per prepararsi alla Trasformazione.

San Michele, dì della Marca

Nel mondo rurale l’Autunno non lascia dunque grandi tracce, passa mite e silenzioso.

Il termine autumnus pare essere di derivazione etrusca e di significato ignoto, come ricorda Bassignana ed è, malgrado la carenza di proverbi e riferimenti folkorici, “la più piemontese delle stagioni” (Bassignana, pag. 73).

In Piemonte viene chiamato in vari modi: otogn, otonn, oteugn, autun e l’unico dì ‘d marca (giorno della marca, giorno che scandisce il tempo) che si colloca attorno alla porta equinoziale è il 29 settembre, con la festa legata agli Arcangeli, ma in particolare a San Michele.

A testimoniare il carattere di marca del tempo è il proverbio piemontese:

Pieuva dossa a San Michel, invern doss. Pieuva forta, invern crù.
(pioggerellina a San Michele, inverno mite. Pioggia forte, inverno rigido).

Ma a San Michele svernano anche gli insetti, come ricorda il detto, sempre piemontese: La galin-a ‘d San Michel slarga le ale e vola an cel, (La gallina di San Michele – la coccinella – allarga le ali e vola in cielo).

In realtà l’Autunno è un momento molto ricco e lo dimostrano i frutti di natura che ancora maturano: dal mais, all’uva, le castagne, i cachi, le mele cotogne, le melagrane.

È un momento che fa tornare il piacere di stringersi accanto al fuoco, magari accoccolati con una copertina o uno scialletto e la tisana calda fumante tra le mani.

E per chi conosce il Piemonte, è veramente la stagione che maggiormente rappresenta questa regione:

severità dla mia tèra
che la vos dl’otonn a strapassa,
severità dla mia rassa
forta ‘nt la pas e ‘nt la guèra
.

(Severità della mia terra che la voce d’autunno strapazza, severità della mia razza forte in pace e in guerra. Da Novèmber, Nino Costa in Bassignana, pag. 73)

©2008 – 2020 Testo di Micaela Balice

Qualsiasi riproduzione, senza esplicito consenso dell’autrice è vietata.

Bibliografia
M. BALICE, Il calendario rituale contadino: il ciclo della vita nel Casalese (Tesi di laurea, A.A. 1993/1994, Corso di Laurea in Pedagogia, Università degli Studi di Torino).
E. BASSIGNANA, Il tempo della memoria, Priuli & Verlucca editori.
P. GRIMALDI, Il calendario rituale contadino, Franco Angeli, Milano1993.

Immagini:
intestazione: Alfred Schrock, Unsplash – Demetra e San mivhele, Wikipedia – tea royalty free – uva foto dell’autrice


commenti

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...