Cultura rurale e memoria storica

Articolo tratto da: “BAMBASERA O CIASCUNO HA UNO SPICCHIO DI LAGO”
A.A.V.V. Tipografia AGAT, Moncrivello 2012
a cura di Laboratorio della Fabula e Comune di Moncrivello

L’articolo qui riportato arricchisce un breve testo sulla ricerca inerente ad agio senile, memoria e folklore svoltasi nel 2012 presso il Comune di Moncrivello alla quale ho partecipato.
Attraverso le storie ed i racconti personali narrati da cinque moncrivellesi si è concretizzato un progetto di autobiografie che ha permesso di intrecciare nuovamente i fili della memoria per recuperare uno spaccato della vita a Moncrivello nel secolo scorso.
Il mio contributo si nutre delle testimonianze raccolte per ampliare lo sguardo crecando di reintegrare la ricchezza della cultura agraria in un contesto umano e sostenibile di cui molti aspetti possono essere utili tuttora.

folklore Moncrivello

Ciascuno ha uno spicchio di lago

L’analisi del territorio di Moncrivello, svoltasi grazie ai progetti sulla Memoria che il Comune ha finanziato e sostenuto in questi anni, ha permesso di riportare alla luce aspetti culturali e folklorici della comunità, principalmente agraria, che costituisce il tessuto organico del paese.
Per molti aspetti questa cultura si può considerare oggi estinta.

Estinta perché i suoi membri nell’arco degli anni sono umanamente invecchiati e molti di loro deceduti; ed estinta perché nel corso delle loro vite, sovente complesse e coraggiose, il mondo che li ha circondati ha subito rivoluzioni sconvolgenti, tanto da cambiare completamente i quadri di riferimento che in passato erano stati i punti fermi del passaggio culturale giovane – anziano.

Tale passaggio, inteso come trasmissione generazionale di competenze e valori per lo più di carattere orale, ora non esiste neppure più: la scolarizzazione ha imposto dei modelli istituzionali e globalizzati. Altre agenzie formative come i media, nelle loro molteplici forme, hanno uniformato l’atteggiamento culturale; e la memoria, infine – come conoscenza ed esperienza – è stata relegata ai musei e alle foto in bianco e nero.

Eppure si legge in queste testimonianze una vitalità ed una forza sovente non riscontrabili in scritti esperienziali recenti, che appaiono spesso annoiati e desiderosi di dimensioni alternative.
Cosa faceva di queste comunità dei mondi così vitali, pur nella loro sofferenza e durezza?

La vita stessa probabilmente: la consapevolezza che bisognava guadagnarsi il cibo, l’acqua, la sopravvivenza ed un certo benessere. E che ciò poteva avvenire solo in stretta collaborazione con l’ambiente che li circondava e con la comunità di cui si faceva parte.

Un’ottica che oggi possiamo definire alternativa: ecologista o eco-sostenibile e che invece è stata il fulcro essenziale delle culture umane sin dalla preistoria fino all’era industriale e tecnologica.

La cultura agraria era inevitabilmente una cultura solidale: la consapevolezza che ciascuno doveva in qualche modo guadagnarsi il pane per la propria esistenza faceva in modo che si attivassero sinergie utili a tutti, utili alla comunità che diventava così il soggetto sociale al posto dell’individuo.

La comunità in fin dei conti poteva assolvere ai bisogni e ai bisognosi. La comunione delle forze e delle sinergie poteva fare un modo che ci fosse per tutti uno spazio, un boccone, un letto di fieno su cui sdraiarsi, una mano nel lavoro duro quotidiano.

Così abbiamo i ricordi dei forni: ben tre a Moncrivello ci racconta il signor Alfio, ai quali si andava al sabato con le proprie pagnotte lievitate ma anche con le fascine di legna necessarie ad alimentare il fuoco in modo che ciascuno contribuisse con la propria legna senza aggravare sugli altri. Il pagamento, poi, era una sorta di baratto: una micca di pane (una pagnotta) veniva lasciata al proprietario del forno.

Ma la capacità ecologica di queste comunità comportava atteggiamenti che oggi potremmo definire perfino raffinati: alla sera del sabato venivano lasciate le pignatte (pentole di terracotta) con i fagioli affinché il calore del forno non più alimentato che lentamente si affievoliva avrebbe cotto alla perfezione il cibo della domenica.

Uso e riciclo totale delle risorse; nessuno scarto; solidarietà, poiché nessuno sarebbe stato di peso; per non contare la socializzazione che avveniva nel via vai dei forni al sabato. E generalmente tutto questo si realizzava (o poteva realizzarsi) senza uso di denaro.


La stessa solidarietà sociale possiamo notarla in altri momenti cruciali dell’anno agrario: come l’uccisione del maiale.
Quando una famiglia si apprestava a questa operazione, generalmente veniva radunata la parentela in modo da condividere non solo il lavoro ma anche la festa che lo stare insieme generava (senza contare che con un clima allegro si lavora meglio).

L’uccisione del maiale avveniva o nel tardo autunno (attorno all’Immacolata, 8 dicembre) o dopo Sant’Antonio (17 gennaio) e prevedeva una serie di operazioni complesse che comprendevano perfino la preparazione stessa degli attrezzi utilizzati. L’uccisione dell’animale – atto cruento ma sacrificio necessario – veniva ripagata con la festa che ne seguiva attraverso la condivisione del cibo, in particolare i fricioi e la torta di sangue realizzati con le parti di scarto della bestia.

Vita e morte, nella cultura agraria, sono sempre stati strettamente collegati perché visibili a tutti, anche ai piccini. Così il maiale, nudo, morto, appeso al balcone, con il sangue raccolto che sarebbe diventato un dolce squisito, diventava il frutto di un anno di lavoro, l’amico che ha sacrificato la sua vita per quella della comunità (non a caso Sant’Antonio abate viene raffigurato con un porcello al fianco ed è vietato uccidere l’animale nel giorno della sua festa).

La comunità ripaga sempre, in qualche modo, ciò che prende; restituisce alla terra ciò che avanza ma se può consuma tutto: perfino le ossa si mangiavano con il bagnetto rosso o verde (una tipica salsa da contorno) la sera alla cena, come ci ricorda il signor Alfio.

Non solo: per estendere la benedizione di tanta ricchezza (perché questa era la ricchezza dei contadini) era necessario dividere la fortuna con gli altri. Così le ragazzine del vicinato, vestite da “nonne” con gonnellone e foulard ed un cestino che ci ricorda tanto Cappuccetto Rosso, andavano a bussare alle porte nel bel mezzo della festa, andavano a guadagnare la parte (sig.ra Rosetta, intervista 2010). Ed ecco che venivano loro donati salamini, polenta dolce, qualcosa di fritto: doni che avrebbero riportato a casa per rallegrare le proprie famiglie, frutti dell’antico atto della questua itinerante che bambini e bambine – icone di angeli in terra – ripetono sin dalla notte dei tempi e del cui ricordo oggi ci rimane solo lo straniero dolcetto o scherzetto di Halloween.

Così, via via, i ricordi si snodano, tra le fonti d’acqua a cui attingere perché nessuno l’aveva in casa; e le passeggiate per raggiungerle; e la coda da fare che ne usciva solo un filo ed era da prender per sé e per le bestie e chi era forte teneva due secchi anziché uno.

E poi la coltura della canapa, nelle canvere, che coinvolgeva tutti (ed ognuno aveva uno spicchio di lago), con i pesci storditi che venivano a galla e nessuno che sapesse che la canapa fosse una droga; con la filatura a mano nelle lunghe notti; con la ruvidità delle lenzuola che solo chi poteva ammorbidiva con l’aggiunta della bambasera, del cotone, durante la tessitura da chi possedeva i telai.

Ed il bucato, fatto ogni tanto, con la cenere a bollire su quelle cucine perennemente accese, amiche delle donne più che le donne stesse, caricato poi sui cartun per venir portato dalle mucche alle rogge che avevano un’acqua pulitissima, non come oggi, e si poteva bere.

Un’acqua che si poteva bere.

E l’allevamento dei bachi da seta che diede da mangiare a così tanta gente nel secolo scorso, che venivano tenuti nel seno caldo delle donne per farli crescere; che pare ancora oggi di sentire il rumore mentre masticano ruvide foglie di murun (gelso); che venivan poi portati trasformati in bozzoli a Borgomasino per denaro: che per loro i vestiti di seta restavano un sogno (Teresa Tibi).

E il ballo a palchetto per Sant’Eusebio (2 agosto), il patrono di Moncrivello, ancora con la corda che si girava come fu ed è oggi usanza nei paesi nord-europei; dove si incontrava il marito, che mai più pensavo che me lo sarei sposato! (Franca Pagnone).

E il passìt, il passito, che a farlo ci andavan tre o quattro anni, che viene da Moncrivello, sai? Che quello che non mancava mai era il vino! (Alfio). Vien quasi voglia di assaporarne il gusto.

E poi la guerra, che è la cosa più brutta che c’è (Teresa Tibi), che spaccò in due una cultura, le generazioni, le famiglie, la terra. E ciò che seguì.

Il tessuto forte, la trama tenace di questi popoli, dei Moncrivellesi con le loro peculiarità locali, linguistiche, territoriali e delle culture rurali in genere di cui essi sono una parte ancora viva, nasceva dal contatto necessario con la terra e le stagioni.

Contatto che emerge nei ricordi, nelle azioni quotidiane e nella collocazione precisa di queste azioni nell’arco dell’anno affinché siano in armonia con i cicli della natura, con il tempo e con il clima.
Così per ogni santo c’era un evento, e per ogni evento si armonizzavano le stagioni alle operazioni colturali.

Quello che noi abbiamo chiamato, snobbandolo non poco, superstizione era in realtà un raffinato manuale di operazioni ben collocate nell’arco temporale (nelle stagioni) e nello spazio (la terra) affinché i campi semplicemente portassero frutto e sfamassero la comunità.

Così possiamo ritrovare nei ricordi un calendario circolare che, come una ruota della fortuna, continua a girare imperterrito nell’eterno della nostra esistenza umana, scandendo quattro momenti salienti di equinozi e solstizi (ai quali corrispondono feste come il Natale, la Pasqua e San Giovanni) e altrettanti momenti intermedi che segnano il lento modificarsi delle stagioni dall’una all’altra segnati da feste come la Candelora, le feste di Maggio, il ferragosto e Halloween (o Ognissanti).

Calendario che si perpetua senza fine, rigenerandosi e rigenerando le stesse vicende, gli stessi eventi, le stesse azioni che garantiscono, assicurano che la fame sia sconfitta, ogni anno; e che ogni anno richiedono, attraverso la loro sacralizzazione e ritualizzazione, che tale armonia non venga spezzata, che tale circolo equilibrato continui a girare per garantire l’abbondanza.

Possiamo quindi vedere risorgere, come fantasmi, i custodi della spirale del tempo: gli uomini e le donne delle Confraternite (tante a Moncrivello: i Confratelli di San Francesco, Gli Umiliati, i Figli di Maria) che si trovavano le sere, spesso le notti, che la religiosità era tutta di notte (Caterina Regis, intervista 2010) per provare le funzioni in latino, o meglio un parlato mischiato moncrivellese, italiano e latino (Teresa Tibi).

Le Confraternite presenziavano poi, con processioni ed eventi religiosi, al calendario del tempo agrario rendendolo sacro, così come si poteva vedere con chiarezza nelle Rogazioni.
Queste arcaiche processioni per la benedizione dei campi anticamente venivano effettuate nei quattro momenti cruciali dell’anno, nel secolo scorso erano invece già ridotte alla sola celebrazione (e benedizione della terra) nel periodo primaverile.

Ed ecco che ci appare in ultima analisi un mondo che si snoda tra sacro e profano, tra culto dei Santi e riti di fertilità, tra l’arcaico e il moderno, tra le candele e la luce elettrica, tra l’arcolaio e la fabbrica tessile.

Un mondo che lascia ancora l’eco, in chi ascolta i nostri anziani raccontare, delle risa dei giovani, dei canti durante il lavoro, delle strade e dei campi col cigolio dei carri e i buongiorno buonasera raccontati ai passanti vicini compaesani.

Un mondo autonomo, che sapeva ricavare da sé, dal proprio territorio – con tutto l’orgoglio e la dignità che ciò comporta – il proprio pane e le proprie risorse.

Un mondo che non si appoggiava agli altri, che non delegava, che non impoveriva il proprio ambiente perché il proprio ambiente era la ricchezza di tutti. Un mondo che pensava di lasciare ai giovani risorse ed esperienza.

Ci lascia da pensare quanto questa cultura, diffusa in tutto il bacino mediterraneo e nel Nord Europa (pur nelle sue differenze locali), questa cultura a matrice rurale sia sempre passata attraverso i secoli senza lasciare scarti, senza lasciare perso a chi sarebbe succeduto.

Senza lasciar rifiuti, tanto che è solo nei ricordi e nella tradizione orale che noi possiamo davvero raccogliere la vitalità e la forza di queste genti.

Ci lascia da pensare come siano bastati pochi decenni per spazzare via arti e raffinatezze artigianali e culinarie, canti e racconti, cura del territorio per non parlare di varietà locali di frutti e specie vegetali e animali che oggi chiamiamo biodiversità.

Eppure così è stato, e i nostri cari anziani stanno portando via con loro i più profondi segreti di un saper vivere costruitosi nell’arco dei millenni. E non posson fare diversamente poiché una cultura, una comunità, non si costruisce virtualmente su un personal computer, non riacquista vitalità attraverso un museo o un video né tanto meno attraverso un libro, benché questi mezzi siano indispensabili per non lasciarle nell’oblio più assoluto.

Una comunità ed una cultura esistono solo attraverso la vita e le scelte dei propri abitanti, solamente attraverso l’esistenza reale ed attiva del paese e delle sue genti ed il loro rapporto con l’ambiente ed il territorio di cui sono parte: e con la cura di questo territorio che è ricchezza oltre che appartenenza.

Una comunità ed una cultura esistono e si perpetuano solo se sanno fare tesoro del passato e se sono in grado di non buttare il bambino con l’acqua sporca, come avrebbero detto i nostri padri e le nostre madri attraverso una metafora di carattere pragmatico, come era la loro sapienza.

Così noi possiamo meglio capire ora perché chi ha vissuto quegli anni, chi è stato testimone ed attore di quella antica cultura rurale, nonostante l’asprezza e la durezza di quella vita, continui a dire che benché oggi si viva meglio, una volta si fosse più allegri e più uniti.

E nell’aleatorietà dell’esistenza, nella conclusione che tutti ci accomuna, nel confronto paradossale con il loro mondo antico e, dato che antico, per certi versi eterno con il nostro invece così breve, volubile ed instabile, possiamo far tesoro di ciò che ci rammenta nella sua semplicità Teresa Tibi: che “Chi ha fame non ha i denti e chi ha i denti non ha fame”. Alla mia età però, se ci penso bene, non ho più né denti né fame. Mi è rimasta la memoria.


@2012 Micaela Balice in Bambasera o ciascuno ha uno spicchio di lago, A.G.A.T, Torino
Qualsiasi riproduzione, senza esplicito consenso dell’autrice è vietata.

Micaela Balìce
consulente, dottoressa in Pedagogia e Floriterapeuta. Lavoro nel campo della formazione e del benessere e sono libera ricercatrice tra miti, simboli, archetipi e medicina popolare. Autrice e poetessa.

IMMAGINI di proprietà dell’autrice.


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